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Blog (11)

di Domenico Rinaldi

L’investigatore privato è per definizione  colui il quale compie indagini e ricerche atte a verificare o ad escludere fatti determinati che convintamente si pensa siano accaduti ovvero dei quali sia necessario scoprire fonti di prova da portare anche in sede giudiziaria. 

Quindi un investigatore privato autorizzato da specifica licenza prefettizia, svolge investigazioni su mandato di privati cittadini, aziende, enti pubblici ed anche avvocati per la ricerca di elementi di prova da utilizzare nel processo penale (art. 327-bis codice di procedura penale) e civile. 

L’attività dell’investigatore privato in riferimento al codice di procedura penale entrato in vigore nel 1989 ha subito nel corso degli anni un notevole incremento. 

Questa figura era già prevista nell’art. 38 co. 2 disp. att. C.p.p. poi abrogato dalla legge n. 397 del 7.12.2000,  quest’articolo riguardava le investigazioni difensive ed era contenuto nel codice di procedura penale del 1989 e consentiva al difensore di delegare le indagini a investigatori autorizzati riconoscendone così per la prima volta un ruolo nel processo penale. 

Nell’ordinamento italiano, l’investigatore privato naturalmente era legittimato a compiere investigazioni, che non erano riferibili all’ambito processualmente penalistico. Esse consistevano nel raccogliere prove nell’ambito privato, nel campo dello spionaggio industriale aspetto tradizionalmente attribuito all’investigatore privato disciplinato dal T.U.L.P.S. e dal suo regolamento. 

Con l’entrata in vigore degli articoli 327-bis, 200 co. 1 lett. B c.p.p. e art. 391-bis co  3 c.p.p.  entra in modo preponderante la figura dell’investigatore privato autorizzato,  ai quali sono permesse di compiere investigazioni difensive che sono ritenute efficaci e valide in ambito penale a tutti gli effetti. Il tutto è caratterizzato nell’art. 222 disp. Att. C.p.p. secondo la quale, fino a che non è approvata una nuova disciplina sugli investigatori privati, l’autorizzazione a svolgere le attività indicate nell’art. 327-bis c.p.p. viene rilasciata dal Prefetto. E quindi gli investigatori autorizzati che abbiano maturato una specifica esperienza professionale che giustifichi il corretto esercizio dell’attività, possono  svolgere su incarico del difensore le investigazioni difensive. 

Tutta la documentazione relativa alle indagini difensive svolte dal difensore e dall’investigatore privato autorizzato può essere raccolto dallo stesso e inserito nel fascicolo del difensore, oppure può essere creato un inserto che durante le indagini potrà essere depositato presso il G.I.P. e che potrà essere consultato anche dal P.M.; al termine delle indagini  stesse confluirà in quello della pubblica accusa. 

Resta bene inteso la fondamentale facoltà della difesa di presentare al P.M. gli elementi di prova a favore del proprio assistito. 

Come detto l’intervento dell’investigatore è subordinato al conferimento dell’incarico scritto da parte del difensore e che deve indicare in maniera specifica il procedimento penale, nonché i principali elementi di fatto che giustificano le indagini e il termine entro cui se ne possa prevedere la conclusione. 

I requisiti necessari per il rilascio delle licenze prefettizie, svincolate dai limiti territoriali sono i seguenti: l’investigatore titolare (ex articolo 134 T.U.L.P.S.) deve possedere almeno una laurea triennale in giurisprudenza, psicologia ad indirizzo forense, sociologia, scienze politiche, scienze dell’investigazione, economia, o corsi equiparati; deve avere svolto un periodo di tre anni di pratica continua presso un investigatore privato da almeno cinque anni e deve aver partecipato a corsi di perfezionamento teorico pratico in materia di investigazioni private ad indirizzo civile, organizzati da università o centri di formazione professionale riconosciuti dalle Regioni, ovvero deve aver svolto documentata attività di indagine in seno a reparti investigativi delle Forze di Polizia per un periodo non inferiore a cinque anni ed aver lasciato il servizio senza demerito da non più di quattro anni. Come evidenziato dalla circolare ministeriale, l’esperienza presso le Forze dell’Ordine è alternativa ai requisiti previsti per la pratica e per l’aggiornamento ed il perfezionamento, ma non al titolo di studio che resta imprescindibile per poter effettuare la professione di investigatore privato titolare di licenza.

Sabato, 09 Dicembre 2017 16:22

Emergenza furti, consigli per proteggersi

Scritto da

di Domenico Rinaldi

Torna l’incubo furti a Fondi. Parliamo di uno dei reati fra i più devastanti per la psiche umana, in quanto violazione dello spazio domestico. Trovare tutto sossopra, i cassetti aperti e rovesciati, le scatole aperte, mina la sicurezza personale, tutto questo rende sospettosi  e paurosi,  incerti del domani. In questi casi la violenza non colpisce solo le cose ma anche le persone.

Con l’art. 624-bis del c.p. viene disciplinata questa fattispecie di reato “furto in abitazione”.  La legge n. 128/2001haintrodotto questa norma, come fattispecie delittuosa autonoma di reato, lesive, oltre che del patrimonio, anche della sfera personale della vittima, precedentemente prevista come una delle circostanze aggravanti di cui all’art. 625,  al  primo comma l’art. 624-bis c.p. è previsto il delitto di “furto in abitazione” che ricorre quando “chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, mediante introduzione in un edificio o in un altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa”.

Il quid pluris rispetto all’ipotesi di furto comune è in tale fattispecie il nesso finalistico tra l’introduzione nella privata dimora (o nelle pertinenze di essa) e l’impossessamento della cosa mobile altrui (Cass. n. 14868/2009), mentre il delitto non ricorre quando l’agente si sia introdotto con il consenso della vittima, a meno che non l’abbia carpito con l’inganno (Cass. n. 13582/2010) La nozione di privata dimora di cui all’art. 624-bis c.p. è molto più ampia di quella della generica abitazione, ricomprendendo non solo i luoghi in cui il soggetto conduce la propria vita domestica, ma anche “tutti quei luoghi nei quali le persone si intrattengono per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della loro vita privata” (cfr. da ultimo Cass. n. 2768/2015).

L’ipotesi di reato è punita con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 309 a 1.032 euro, fatte salve le aggravanti previste dall’art. 625, 1° comma, c.p. o una o più delle circostanze indicate dall’art. 61 c.p. in presenza delle quali la pena prevista è da tre a dieci anni di reclusione e della multa da 206 a 1.549 euro.

Il dolo richiesto è quello specifico, ossia la coscienza e la volontà di introdursi in un luogo destinato ad altrui privata dimora o di strappare la cosa di mano o di dosso alla persona, con il fine di trarne profitto per sé o per altri.

E allora come ci deve difendere da questa piaga ci sono modi per tentare di arginarli qui di seguito alcuni consigli per la sicurezza dell’abitazione con pochi accorgimenti che si possono adottare si può scoraggiare eventuali malintenzionati. Per esempio non è difficile immaginare che i primi posti dove il ladro va in cerca degli oggetti di valore come armadi, cassetti, vasi, quadri ci sono persone che ancora le utilizzano, e quindi se proprio si  devono nascondere in casa gli oggetti di valore sarà utile utilizzare un po’ di immaginazione. Inoltre è utile fotografare tutti i beni di valore che potrebbero essere oggetto di furto. Nel malaugurato caso di furto (o anche di rapina) infatti vi consigliamo di consegnarne una foto alla ff.pp.  al momento della denuncia così da poterla inserire nella bacheca online.

Questo è un servizio che è stato appositamente istituito per contenere informazioni e foto di oggetti denunciati che in caso vengano ritrovati si darà in modo da rendere più agevole il riconoscimento e la restituzione ai legittimi proprietari.

Per rendere un'abitazione più sicura si possono adottare le seguenti misure

  • Rendere sicure sia le porte che le finestre, l’ideale sarebbe una porta blindata con serratura antifurto e spioncino.
  • Se si può installare in casa un sistema di antifurto elettronico e vetri antisfondamento.
  • Se l'interruttore dell’energia elettrica si trova all'esterno, proteggilo con una cassetta metallica per impedire che qualcuno possa staccare la corrente.
  • E' consigliabile non tenere in casa grosse somme di denaro, gioielli o oggetti di valore.
  • Ricordati che l’illuminazione e rumore tengono lontano i malviventi quindi se sei solo, tieni accesa la luce in due o più stanze per simulare la presenza di più persone.
  • Se sei in casa tieni la porta protetta col paletto o la catena di sicurezza;

se ti senti in pericolo chiama immediatamente le FF.PP.

  • Se si ha bisogno della riproduzione di una chiave, incarica una persona di fiducia, evitando possibilmente di riportare su targhette nome e indirizzo.
  • Se invece perdi la chiave di casa o subisci uno scippo o un borseggio, cambia la serratura.
  • Assicurati, uscendo e rientrando, che la porta di casa ed il portone del palazzo restino ben chiusi.
  • Non far sapere, fuori dall'ambiente familiare, se in casa ci sono oggetti di valore o casseforti né dove si trova la centralina dell'allarme.

Questi sono alcuni elementari consigli per cercare di evitare che malviventi si introducano all’interno delle vostre abitazioni con l’intento di rubare tutti i vostri averi e compiere eventualmente violenze a chi si trova al momento presente in casa.

 

 

 

di Domenico Rinaldi

La normativa che disciplina la materia di protezione dei dati personali è il Decreto Legislativo del 30 giugno 1996 nr. 196. In particolare all’art. 1 sancisce che chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano. Il trattamento dei dati, si deve svolgere nel rispetto dei diritti e della libertà fondamentali, nonché della dignità personale.

Il trattamento dei dati personali è disciplinato assicurando un alto livello di tutela dei diritti e libertà, nel rispetto dei principi di semplificazione, armonizzazione ed efficacia delle modalità di trattamento, da parte degli interessati  nel rispetto degli obblighi da parte dei titolare del trattamento stesso.

Ma cosa si intende per trattamento: per trattamento, si intende qualunque operazione o complesso di operazione effettuato anche senza l’ausilio di strumenti elettronici, concernenti la raccolta, la registrazione, la conservazione, l’organizzazione, la consultazione, la modificazione, la selezione, l’estrazione, il raffronto, l’utilizzo, l’interconnessione, il blocco, la comunicazione, la diffusione, la cancellazione e la distruzione di dati anche se non registrati in una banca dati;

e cosa si intende per dato personale: dato personale è qualunque informazione relativa a persona fisica, giuridica, ente o associazione,, identificati o identificabile anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, compreso un numero di identificazione personale;

cosa si intende per dati identificativi: sono dati identificativi i dati personali che permettono l’identificazione diretta dell’interessato;

cosa si intende per dati sensibili: i dati sensibili sono dati personali idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche,, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso filosofico, politico, sindacale, nonché dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale;

il titolare del trattamento è colui che persona fisica, persona giuridica, la P.A. e ogni altro ente associazione e qualsiasi altro organismo a cui competono anche unitamente ad altro titolare le decisioni in ordine alle finalità, alla modalità del trattamento di dati personali e agli strumenti utilizzati compreso il profilo della sicurezza.

Per responsabile invece si intende colui che persona fisica o giuridica, P.A., qualsiasi altro ente o associazione o organismo preposti dal titolare al trattamento dei dati personali;

gli incaricati sono invece le persone fisiche autorizzate a compiere operazioni di trattamento dal titolare o dal responsabile;

Con la legge 31 dicembre 1996 nr. 675 veniva istituita la figura dell’autorità del Garante della privacy.

le modalità di trattamento dei dati personali, questi sono trattati in maniera lecita e secondo correttezza, raccolti e registrati per scopi determinati, espliciti, e legittimi, e sono utilizzati in altre operazioni del trattamento compatibili con tali scopi, conservati in una forma che consenta all’interessato l’identificazione per un periodo di tempo non superiori al necessario agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti o successivamente trattati. I dati personali trattati in violazione della disciplina in materia di trattamento dei dati personali non possono essere utilizzati.

il garante nell’ambito delle categorie interessati promuove la sottoscrizione di codici deontologici e di buona condotta.

L’interessato o la persona presso la quale sono raccolti i dati personali sono preventivamente informati  oralmente o per iscritto circa le finalità e le modalità del trattamento, la natura obbligatoria o facoltativa del conferimento dei dati, le conseguenze di un eventuale rifiuto di rispondere, i soggetti o le categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza in qualità di responsabili o incaricati e nell’ambito della diffusione dei dati stessi.

Chiunque cagiona un danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’art. 2050 del codice civile. Il danno non patrimoniali è risarcibile anche nel caso di violazione dell’art. 11 D.L. 196/2003.

I dati personali oggetto del trattamento sono custoditi e controllati anche in base alle conoscenze tecniche alla natura dei dati e alle specifiche caratteristiche del trattamento, in modo da ridurre al minimo mediante l’adozione di idonee e preventive misure di sicurezza i rischi di distruzione o perdita anche accidentali dei dati stessi di accesso non autorizzato o di trattamento non consentito o non conforme alle finalità della raccolta.

Il garante promuove la sottoscrizione di un codice deontologico e di buona condotta per il trattamento dei dati personali effettuato per lo svolgimento delle investigazioni difensive di cui alla legge 7 dicembre 2000 n. 397 o per fare valere o difendere un diritto in sede giudiziaria in particolare da liberi professionisti o da soggetti che esercitano un’attività di investigazione privata autorizzata conforme alla legge.

Il codice di deontologia e di buona condotta per i trattamenti di dati personali effettuati per svolgere investigazioni difensive o per fare valere un diritto in sede giudiziaria, è nato dalla necessità di definire le procedure di comportamento che potessero contribuire a interpretare sempre nel rispetto delle leggi vigenti, le attività che riguardano alcuni aspetti della complesso attività forense investigativa.

Alcuni passaggi normativi sono stati fondamentali al di adottare il predetto codice, in particolare, l’art. 27 della direttiva n. 95/46 del Parlamento europeo e del Consiglio del 24 ottobre 1995, secondo cui gli Stati membri e la Commissione avevano incoraggiato l’elaborazione di codici di condotta destinati a contribuire in funzione di specifiche settorialità, alla corretta applicazione delle disposizioni nazionali di attuazione della direttiva adottate dagli Stati membri. Come anche gli articoli 12 e 154 co 1 lett. e del Codice in materia di protezione dei dati personali (D.L. 30/6/2003 N. 196) i quali attribuiscono al Garante il compito di promuovere sempre nell’ambito delle categorie interessate la sottoscrizione di codici di deontologia e buona condotta per determinati settori, verificarne le conformità alle leggi e ai regolamenti e contribuirne la diffusione e il rispetto. Inoltre l’art. 135 del codice in materia di trattamento dei dati personali demanda al Garante  il compito di promuovere la sottoscrizione di un codice di deontologia e di buona condotta per le attività di investigazioni difensive e private per far valere un diritto in sede giudiziaria. Con la deliberazione n. 3 del 16 febbraio 2006 pubblicata in gazzetta ufficiale il garante promuoveva la sottoscrizione del predetto codice di deontologia e di buona condotta, infine la successiva deliberazione n. 31-bis del 20 luglio 2006 con la quale il garante aveva adottato la sottoscrizione dei codici predetti da parte di soggetti pubblici e privati i quali avevano manifestato la volontà di partecipare all’adozione di tali codici, in relazione all’attività svolta dagli investigatori privati, il Capo IV disciplina specificamente il comportamento che tali professionisti devono osservare, infatti, l’art. 8 precisa che l’investigatore privato:

-         Organizza il trattamento anche non automatizzato dei dati personali secondo le modalità di cui all’art. 2 co. 1 (organizzazione del trattamento anche non automatizzato dei dati personali secondo le modalità che risultano più adeguate, caso per caso, a favorire in concreto l’effettivo rispetto dei diritti, delle libertà e delle dignità degli interessati, applicando principi di finalità, necessità proporzionalità e non eccedenza sulla base di un’attenta valutazione sostanziale e non formalistica delle garanzie previste, nonché di un’analisi della quantità e qualità delle informazioni che utilizza e dei possibili rischi);

-         Non può intraprendere di propria iniziativa investigazioni, ricerche o altre forme di raccolta dati. Tali attività possono essere eseguite esclusivamente sulla base di un apposito incarico conferito per iscritto e solo per le finalità di cui al codice;

-         L’atto di incarico deve menzionare in maniera specifica il diritto che si intende esercitare in sede giudiziaria ovvero il procedimento penale al quale l’investigazione è collegata, nonché i principali elementi di fatto che giustificano l’investigazione e il termine ragionevolmente entro cui questa deve essere conclusa;

-         Deve eseguire personalmente l’incarico ricevuto e può avvalersi solo di altri investigatori privati indicati nominativamente nell’atto del conferimento dell’incarico, oppure successivamente in calce a esso qualora tale possibilità sia stata prevista nell’atto dell’incarico, restano ferme le prescrizioni relative al trattamento dei dati sensibili contenute in atti autorizzativi del garante;

-         Nel caso in cui si avvalga di collaboratori interni designati quali responsabili o incaricati del trattamento in conformità a quanto previsto dagli artt. 29-30 del codice, l’l’investigatore privato formula concrete indicazioni in ordine alle modalità da osservare e vigila con cadenza almeno settimanale, sulla puntuale osservanza delle norme di legge e delle istruzioni impartite. Tali soggetti possono avere accesso ai soli dati strettamente pertinenti alla collaborazione a essi richiesta;

-         Il difensore o il soggetto che ha conferito l’incarico devono essere informati periodicamente dell’investigazione, anche al fine di permettere loro una valutazione tempestiva circa le determinazioni da adottare riguardo all’esercizio del diritto in sede giudiziaria o al diritto alla prova.

Il successivo articolo 9 individua altre regole di comportamento quali l’astenersi dal porre in essere prassi elusive di obblighi e di limiti di legge e, in particolare conforma ai principi di liceità e correttezza del trattamento sanciti dal codice:

a)     L’acquisizione di dati personali presso altri titolari del trattamento anche mediante mera consultazione verificando che si abbia titolo per ottenerli;

b)    Il ricorso ad attività lecite di rilevamento, specie a distanza e audio/videoripresa;

c)     La raccolta di dati biometrici.

Tra l’altro l’investigatore privato rispetta nel trattamento dei dati le disposizioni di cui all’articolo 2 co. 4, 5 e 6 del codice. Circa tale aspetto si deve sottolineare quanto segue.

Il richiamato articolo 2 pone specifica attenzione è prestata all’adozione di idonee cautele per prevenire l’ingiustificata raccolta utilizzazione o conoscenza di dati in caso di:

  1. Acquisizione anche informale di notizie dati e documenti connotati da un alto grado di confidenzialità o che possono comportare comunque rischi specifici per gli interessati;
  2. Scambio di corrispondenza specie per via telematica;
  3. Esercizio contiguo di attività autonome all’interno di uno studio;
  4. Utilizzo di dati di cui è dubbio l’impiego lecito anche per effetto del ricorso a tecniche invasive;
  5. Utilizzo e distribuzione di dati riportati su particolare dispositivi o supporti specie elettronici (ivi compresi registratori audio e video) o documenti (tabulati di flussi telefonici e informatici consulenze tecniche e perizie relazioni redatte da investigatori privati);
  6. Custodia di materiale documentato ma non utilizzato in un procedimento e ricerche su banche dati a uso interno specie se consultabili anche telematicamente da uffici dello stesso titolare del trattamento situati altrove;
  7. Acquisizione di dati  e documenti da terzi, verificando che si abbia titolo per ottenerli;
  8. Conservazione di atti relativi ad affari definiti,

nel caso in cui i dati fossero trattati per esercitare il diritto di difesa in sede giurisdizionale ciò può avvenire anche prima della pendenza di un procedimento sempreché i dati medesimi risultino strettamente funzionali all’esercizio del diritto di difesa in conformità ai principi di proporzionalità di pertinenza di completezza e di non eccedenza rispetto alle finalità difensive (art. 11 del codice).

Sono utilizzati lecitamente e secondo correttezza:

a)     I dati personali contenuti in pubblici registri, elenchi albi atti o documenti conoscibili da chiunque nonché in banche dati archivi ed elenchi ivi compresi gli atti dello Stato civile dai quali possono essere stratte lecitamente informazioni personali riportate in certificazioni e attestazioni utilizzabili a fini difensivi;

 

b)    Atti annotazioni dichiarazioni e informazioni acquisite nell’ambito di indagini difensive in particolare ai sensi degli articoli 391-bis, 391-ter e 391-quater del c.p.p. evitando l’ingiustificato rilascio di copie eventualmente richieste. Se per effetto di un conferimento anche in sede di acquisizione di dichiarazioni e informazioni ai sensi del medesimi articoli summenzionati sono raccolti dati eccedenti e non pertinenti rispetto alle finalità difensive tali dati qualora non possano esser estrapolati o distrutti formano un unico contesto unitariamente agli altri dati raccolti;

circa la conservazione e la cancellazione dei dati l’art. 10 chiarisce che:

ü Nel rispetto dell’articolo 11 co 1 lett. e) del codice della privacy i dati personali trattati dall’investigatore privato possono essere conservati per un periodo non superiore a quello strettamente necessario per eseguire l’incarico ricevuto. A tal fine deve essere verificata costantemente anche mediante controlli  periodici la stretta pertinenza non eccedenza e indispensabilità dei dati rispetto alle finalità perseguite e l’incarico conferito;

ü Una volta conclusa la specifica attività investigativa il trattamento deve cessare in ogni sua forma fatta eccezione per l’immediata comunicazione al difensore o al soggetto che ha conferito l’incarico i quali possono consentire anche in sede di mandato l’eventuale conservazione temporanea di materiale strettamente personale dei soggetti che hanno curato l’attività svolta ai soli fini dell’eventuale dimostrazione della liceità e correttezza del proprio operato. Se è stato contestato il trattamento il difensore o il soggetto che ha conferito l’incarico possono anche fornire all’investigatore il materiale necessario per dimostrare la liceità e correttezza del proprio operato per il tempo a ciò strettamente necessario;

ü La sola pendenza del procedimento al quale l’investigatore è collegata ovvero il passaggio ad altre fasi del giudizio in attesa della formazione del giudicato non costituiscono di per se stessi una giustificazione valida per la conservazione dei dati da parte dell’investigatore privato;

ü Per concludere l’art. 11 relativo all’informativa stabilisce che l’investigatore privato può fornire l’informativa in un unico contesto ai sensi dall’art. 3 del codice ponendo in particolare evidenza l’identità e la qualità professionale dell’investigatore nonché la natura facoltativa del conferimento dei dati.

 

di Domenico Rinaldi

Nell’ambito lavorativo l'infedeltà aziendale è da considerarsi reato, come sancito dalla legge 547/1993. L’obbligo di fedeltà ha il suo fulcro nell'art. 2105 del codice civile, questo recita che "il prestatore di lavoro non deve trattare affari, pe conto proprio o di terzi, in concorrenza con l'imprenditore, né divulgare notizie attinenti all'organizzazione e ai metodi di produzione dell'impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio". La normativa vigente mira a tutelare l'azienda dai comportamenti sleali messi in atto da soci, dirigenti, o dipendenti, che potrebbero ledere o mettere in posizione di svantaggio l'azienda stessa, come ad esempio atti di spionaggio, sabotaggio aziendale o altre azioni professionalmente scorrette.

Si può verificare ad un certo punto della sua carriera un socio, un dipendente, o un dirigente diventi infedele nei confronti della sua azienda e ponga in essere comportamenti del genere trasmettere a terzi informazioni o dati riservati, spesso in cambio di una posizione migliore o più prestigiosa all'interno di un'impresa concorrente oppure  in cambio di somme di denaro. Una sentenza della Cassazione del 2014 ha approvato il ricorso alle agenzie di investigazione per accertare l'infedeltà dei dipendenti, anche sulla base di semplici voci di corridoio.

Secondo alcuni studi effettuati negli ultimi anni da numerose società, al fine di valutare l’incidenza questi tipi di rischi come ad esempio il furto di dati per le aziende si è evidenziato che  ad oggi,  dall’analisi dei dati emersi della criminalità informatica, i rischi sono da ricercarsi più nei propri dipendenti che non all’esterno, come ad esempio un pirata informatico, questo in una percentuale pari al 43% dei casi. La tecnologia ha reso più veloce il processo di trasmissione delle informazioni e più semplice la manipolazione dei documenti, esponendo in questo modo maggiormente le aziende al rischio di subire danni anche ingenti da parte di soci o dipendenti infedeli.

Nel caso si sospetti di infedeltà aziendale da parte di un dipendente, contattando l’agenzia di investigazioni private Rinaldi è possibile avviare un'indagine la cui finalità è quella di evidenziare e documentare i comportamenti che si ritengono  scorretti e dannosi nei confronti dell'azienda: concorrenza sleale, uso improprio dei permessi, furti e qualunque atto sia lesivo della fiducia lavorativa. L’Agenzia di Investigazioni Private Rinaldi garantisce la massima professionalità e discrezione nel condurre le indagini e nella  raccolta

Giovedì, 16 Novembre 2017 08:36

Disturbo da gioco d'azzardo, patologia e piaga sociale

Scritto da

di Domenico Rinaldi

Il Disturbo da Gioco d’Azzardo (DGA) non è solo un fenomeno sociale, ma è una vera e propria patologia, che rende incapaci di resistere all’impulso di giocare o fare scommesse in denaro.

Questa patologia è in espansione, anche se non si hanno dati precisi al riguardo. Per questo motivo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo ha inserito tra i “disturbi delle abitudini e degli impulsi”.

Quindi, il Disturbo da Gioco d’Azzardo è a tutti gli effetti una dipendenza patologica. In ambito clinico infatti è dimostrato in letteratura la comorbilità con altre patologie quali la depressione, l'ipomania, il disturbo bipolare, l'impulsività, l'abuso di sostanze quali alcol, tabacco, sostanze psicoattive illegali, disturbi di personalità ad esempio antisociale, narcisistico, istrionico, borderline, il deficit dell'attenzione con iperattività, il disturbo da attacchi di panico con o senza agorafobia e altri disturbi fisici associati allo stress come ad esempio ulcera peptica, ipertensione arteriosa, etc. Tra la popolazione adulta con questo tipo di Disturbo da gioco d’azzardo, la prevalenza si presenta con una maggiore diffusione tra familiari e parenti di giocatori. Per quanto riguarda la diffusione del gioco d’azzardo e del GAP nella popolazione adulta italiana, da uno Studio IPSAD (IFC-CNR Pisa), condotto nel 2013-2014, è risultato che circa 17 milioni di persone hanno giocato almeno una volta somme di denaro. Di questi, meno del 15% ha avuto un comportamento definibile “a basso rischio”, il 4% “a rischio moderato” e l’1,6% “problematico”. Secondo una  relazione effettuata al Parlamento nel 2015, il totale di pazienti in carico ai Servizi per GAP ammonta ad oltre 12.300 persone.

Non si conoscono le cause esatte che determinano la ludopatia, ma si può ritenere che l'insorgenza della dipendenza dal gioco d'azzardo patologico sia legata all'interazione sfavorevole di fattori biologici, genetici e ambientali in particolare, sul fronte relazionale, familiare, sociale, professionale. Esistono tuttavia delle condizioni che possono facilitare la comparsa della dipendenza da gioco, come: 

essere affetti da altri disturbi comportamentali per esempio la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, da disturbi dell'umore come ad esempio depressione, sindrome bipolare ecc. o presentare problemi da abuso di sostanze. Anche i soggetti "schiavi del lavoro", molto competitivi e iperattivi sono a rischio;

anche l'età può essere un fattore di rischio in quanto la ludopatia è più frequente tra i giovani,  nei maschi in genere il disturbo inizia negli anni dell'adolescenza, nelle donne all'età di 20-40 anni;

il sesso, il disturbo è più comune tra gli uomini;

la familiarità, nelle famiglie dedite al gioco d'azzardo è più facile per i figli arrivare a sviluppare questa patologia;

farmaci per il Parkinson, i dopamino-agonisti possono provocare in alcuni pazienti comportamenti compulsivi tra i quali il gioco d'azzardo.

Le persone affette da ludopatia presentano comportamenti e atteggiamenti peculiari: ripensano spesso a esperienze di gioco e di scommesse passate, programmano nuove giocate e cercano di trovare il modo di procurarsi denaro per andare a giocare; hanno bisogno di aumentare sempre più la posta per eccitarsi; anche se cercano più volte di controllarsi non ci riescono; tutte le volte che cercano di resistere all'impulso di cedere a una scommessa o al gioco d'azzardo, diventano estremamente irascibili e nervosi; considerano il gioco d'azzardo un modo per sfuggire ai problemi o per trovare sollievo a disturbi dell'umore; dopo aver perso soldi tendono a tornare sui propri passi per rifarsi inseguono le loro perdite; mentono costantemente alla propria famiglia, al medico psicologo, agli altri per nascondere fino a che punto sono coinvolti nel gioco d'azzardo; per trovare i soldi per il gioco d'azzardo, spesso ricorrono ad azioni illecite come reati del tipo falsificazione, frode, furto o appropriazione indebita; possono trovarsi costrette a chiedere aiuto agli altri per trovare i soldi necessari per far fronte a situazioni finanziarie disperate, causate dal gioco d'azzardo.

L’investigazione nei casi di ludopatia consiste essenzialmente in una attività di vigilanza e di pedinamento della persona in questione per scoprire quali sono i suoi vizi e le sue abitudini. Il pedinamento delle persone permette di ricavare molte informazioni riguardo ai posti che frequenta e alle attività che svolge. Successivamente in seguito l’investigatore privato elabora una relazione con tutta la documentazione pertinente e le prove raccolte provvedendo a consegnarle al committente in modo che quest’ultimo, con le  informazioni in possesso, possa prendere le misure più idonee per cercare di trovare una soluzione al problema del suo familiare.

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